La giostra della vita

di Simona M. Frigerio e Luciano Uggè

Nuovo capitolo dell’indagine della Compagnia della Fortezza nell’immaginario ossessivo e barocco di Jean Genet. A seguire, dalle pagine poetiche a quelle autobiografiche di Aniello Arena.

Testo:
Santo Genet, lo spettacolo che la Compagnia fondata e diretta da Armando Punzo presenta quest’anno riprende in parte scenografie, costumi e stilemi della pièce dell’anno scorso. Tornano, prepotenti, il rimando all’estetica del Querelle de Brest di Fassbinder; l’entrata degli spettatori tra due file di marinai-statue atteggiati in una serie di pose plastiche; la moltitudine di specchi nei quali ritroviamo, moltiplicati all’infinito, accanto ai personaggi evocati, i nostri lineamenti e, ancora, i volti reali dei carcerati-attori di Volterra – metateatralità espressa, sinteticamente, attraverso un semplice oggetto.
Di grande impatto alcune tra le novità, quali le statue di cartapesta; e il primo spazio nel cortile foderato di un bianco marmoreo, accecante nel sole, quasi un De Chirico tridimensionale, dove un’idea di scultura classica – e, come tale, eterna – si staglia quale sfondo alla morte e all’universo più cupo di Genet. Un’astrazione verso l’abisso che sembra caratterizzare anche i testi selezionati per la drammaturgia e, su tutti, lo spazio Latrine dove, San Sebastiano, il genocidio contro i palestinesi e il voluto cattivo gusto si sposano a un’estetica del brutto che, grazie a un tratto di rossetto, denuncia in un gesto la violenza più di mille parole. E, ancora, quest’anno, la denuncia del carcere sembra quasi urlata. Un carcere presente come parte integrante della scenografia: un lavandino inserito in Latrine, le confessioni di un omicida e, soprattutto, le sbarre nascoste dietro a una cortina teatrale nera – vi è un tocco di surrealismo in questa scelta estetica, quasi un voluto rimando a Magritte, che si ripete nella teca aperta sul nulla, nell’ombrello appeso a una cornice.
Una seconda parte, quindi – a distanza di un anno – decisamente più dark, che ha sostituito l’erotismo con una discesa negli inferi del dolore.
Aniello Arena mattatore, ottimamente circondato da volti nuovi e conosciuti.
Dopo l’orrore, la morte, l’angoscia di un’umanità devastata, finale esaltante e riuscito con danza collettiva dove spettatori e attori, carcerati e comparse sembrano riconciliarsi in un unico abbraccio. Perché la giostra della vita continuerà a girare allegramente, che noi lo si voglia o meno, finché anche l’ultimo non sarà costretto a scendere.
Unica pecca l’appendice all’esterno, un po’ stucchevole e troppo lunga: si sarebbe potuta condensare nel prologo. Applausi calorosissimi e oltremodo meritati per tutta la Compagnia e per Armando Punzo e il suo progetto – che si riconferma vincente.
A seguire, la presentazione del libro L’aria è ottima (quando riesce a passare). Io, attore, fine-pena-mai, autobriografia di Aniello Arena, scritta a quattro mani con Maria Cristina Olati. Presentazione tutt’altro che noiosa, bensì autoironica e umanissima di Arena che, se è specchio del libro, spiega il perché del successo editoriale.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Festival VolterraTeatro:
Carcere di Volterra

martedì 22 luglio, ore 15.30
La Compagnia della Fortezza presenta:
Santo Genet
ispirato all’opera di Jean Genet
anteprima nazionale

A seguire presentazione del libro:
L’aria è ottima (quando riesce a passare)
Io, attore, fine-pena-mai

di Aniello Arena e Maria Cristina Olati
edizioni Rizzoli

Twitter del.icio.us Digg Facebook linked-in Yahoo Buzz StumbleUpon

Comments are closed.