Pis’Artè | Andrea Santarlasci. Poste le città, il problema era come illuminarle

I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo. Quest’affermazione di Ludwig Wittgenstein cela un’inquietudine: la presa di coscienza dei nostri limiti riguardo alla possibilità di conoscere il mondo che ci circonda. Il linguaggio è una “griglia” che sovrapponiamo alla realtà per renderla intellegibile: senza questa il mondo si presenterebbe “semplicemente”.
Percezione ed emozione ampliano lo spettro dell’interpretazione, differente da persona a persona, da età a età, da società a società, da epoca a epoca. Il linguaggio traduce gli elementi che percepiamo e i rapporti che vi scopriamo o creiamo, che possiamo comunicare e condividere. Proviamo a elencare i sei pronomi personali: io, tu, egli, noi, voi, essi… rispecchiano i nostri rapporti sociali, singolari o plurali, personali o collettivi, oppure li determinano? Potremmo porci nei confronti della società in un settimo, ottavo rapporto?…
Ogni nostra attività, potremmo dire, è un’interpretazione e una comunicazione sul mondo. Il campo in cui queste si esplicano è caratterizzato da un continuo oscillare tra opposti: chiusura e apertura, esclusivo e inclusivo, interno e esterno, sincronico e diacronico, assenza e presenza.

Andrea Santarlasci. Amplificare gli orizzonti (attesa), 2000-2001. Prato

Amplificare gli orizzonti (attesa), 2000-2001, Ex-Lanificio Michelagnoli, Prato. Veduta dell’installazione

Amplificare gli orizzonti (attesa), 2000-2001

Amplificare gli orizzonti (attesa), 2000-2001, Ex-Lanificio Michelagnoli, Prato. Veduta parziale dell’installazione

E’ possibile pensare che gli opposti siano caratterizzati da un rapporto di necessità? Andrea Santarlasci, con le sue opere, ci dice che è possibile. Come? Ponendo l’accento su quel “e” che lega i due estremi in una “palpabile tensione”. Sullo sfondo di un equilibrio, né definitivo né assoluto, è possibile liberare il campo da posizioni o atteggiamenti di isolamento, autoreferenzialità, autosufficienza. Tra naturale e artificiale, microcosmo e macrocosmo, interno e esterno, visione e rappresentazione i suoi lavori procedono verso il superamento del binomio identità-individualità suggerendoci di riconsiderare ciò che è soltanto un’apparente contraddizione. L’identità, quale categoria di pensiero, necessita sempre e comunque di una relazione per costituirsi. Così l’altrove è convocato dalle sue opere, riattivato dalla loro azione che evidenzia, l’imprescindibile confronto dell’individuo con se stesso, l’ambiente, la società, il tempo. Santarlasci, come sottolinea Lara-Vinca Masini: “Ha sempre avuto – e in anticipo rispetto a molte mode artistico-culturali che sono andate chiarendosi in questi ultimi anni – una sua idea del fare arte legata all’analisi della relazione, molto evidenziata nel nostro presente, tra natura e artificio, tra spazio architettonico e paesaggio, tra vita e prospettiva di vita, tra estetico naturale e estetico virtuale, tra sensibilità e razionalità, tra emozionalità e concettualità…..Ha seguito sempre questa sua linea di appassionato, allo stesso tempo severo, mentale ma anche poetico approfondimento dei suoi temi, a cogliere le relazioni tra naturale e tecnologico, viste dal punto di vista dell’arte, così da ricondurle all’idea di una nuova creazione, che non rinneghi un riferimento al sensibile, al rapporto emotivo diretto….. La casa, i relativi elementi architettonici, gli arredi domestici, scale, mobili, tavoli, tendaggi e installazioni luminose e sonore che si coniugano sempre più con l’immagine dell’orizzonte naturale, in relazione con i luoghi e contesti strutturali preesistenti o ricostruiti, dove i temi della natura vengono costantemente declinati in una rete sottile di rimandi. La natura, miniaturizzata e inglobata all’interno di piccoli mobili a specchio, (Mobile, Giro-Tondo 1998) che la rimandano, la dilatano, la amplificano, si confonde con le immagini, moltiplicate degli spettatori, ancora una volta giocando sull’ambiguità dell’immagine stessa, sulla natura reale e su quella, per così dire virtuale.”

Mobile con paesaggio, 1999

Mobile con paesaggio, 1999; disegno, mobile e specchi


Lo specchio delle continuità, 2002

Lo specchio delle continuità, 2002; due stampe fotografiche lambda

Talvolta, con l’apporto di “minimi” suggerimenti Santarlasci agisce con l’opera, in un ulteriore superamento della pratica site-specific, alla maniera della maieutica: l’opera, il suo significato e i suoi simboli stratificati storicamente, già presenti nella materia e nel luogo, necessitano soltanto di essere esplicitati. Compito dell’artista è “darli” alla luce.

senza titolo, 2002 e Dentro un rovescio di cielo, 2006/07

senza titolo, 2002; fotografia e Dentro un rovescio di cielo, 2006/07, veduta dell’installazione, Villa Vogel, Firenze

Ed ecco che un piano riflettente di specchio, dalla superficie stellata di un blu profondo, occupa il quadrato del chiostro rinascimentale di Villa Vogel a Firenze. Un po’ di finito infinito, 2007, è infatti un lavoro che nasce in rapporto e attinenza con il contesto, come dichiarava Santarlasci: “Riflettendo sulle diverse possibilità di intervento, dopo aver visitato il Chiostro di Villa Vogel, ho sentito l’esigenza di ideare e realizzare un progetto che instaurasse una sintonia, uno stretto rapporto con l’identità del luogo… il piano di specchio, intesto da me come l’immagine metaforica dell’acqua, ma allo stesso tempo anche del cielo, crea un riflesso vertiginoso, un vuoto, dove la configurazione delle galassie diventa una sorta di sottile e puntiforme diaframma, tra la dimensione del sopra e la visione illusoria del sotto e si combina e si mescola, come in un’immagine sovrapposta, con il riflesso dell’architettura del luogo, e con il quadrato di cielo dello spazio aperto.” La superficie duplica il vuoto acquisendo profondità. In un Luogo costruito e pensato in relazione con il Cosmo, secondo proporzioni ritenute universali, i due abissi sono convocati e chiamati a sovrapporsi attraverso un incessante dialogo che muta con il variare dei punti di vista dello spettatore.

Un po’ di finito infinito, 2007

Un po’ di finito infinito, 2007, Chiostro di Villa Vogel Firenze e veduta dell’installazione

Veduta dell’installazione

Veduta dell’installazione

Focalizzando ancor più l’attenzione sul tema del doppio, motivo indagato sin dagli esordi nei lavori bidimensionali, come il disegno e la fotografia, ma anche nelle opere tridimensionali e nelle installazioni, l’artista, nella mostra personale presso la Fondazione Mudima di Milano, continua a meditare sui temi della necessità e del confronto. L’installazione Fughe senza centro: Le luci che portiamo dentro, 2012, è un’opera appositamente pensata e realizzata per questa occasione: una costruzione sospesa e praticabile all’interno dello spazio espositivo, creata con materiale di recupero, legno raccolto sulla riva del mare in prossimità della foce di un fiume. All’interno siamo immersi in un ambiente, dove il pavimento di legno, intriso di sabbia e salsedine, è l’unico segno di presenza materiale, richiamo all’immanenza, alla terra, al reale. In un ambiente duplicato da una parete di specchio e pervaso dall’illusione ottica, siamo invitati a instaurare un rapporto con noi stessi e con l’altro, mentre una luce sospesa al centro della stanza, e la presenza dello spettatore con la sua immagine riflessa, generano uno spazio che supera i propri limiti fisici. Tuttavia la stasi e il movimento, meditazione sull’io e sul trascendente, vengono interrotti dal riflesso di una finestra che apre la vista all’esterno, sulla Natura. Questa, convocata col suo silenzio, incombe e stimola: negando la stasi percettiva, al tempo stesso la afferma con la propria presenza e simultaneamente si fa dinamica, in un altro regime temporale, quello dello scorrere naturale del tempo. Come ha scritto Saretto Cinicinelli in merito ad alcuni suoi lavori, “l’immagine, accostata senza soluzione di continuità al suo doppio, al suo inverso o a una proliferazioni di simili, viene proiettata da Santarlasci nell’ambito della differenza, mostrandoci, come in uno specchio invisibile, l’enigmatica gemmazione del molteplice all’interno dell’uno (R. Krauss).”

Fughe senza centro (le luci che portiamo dentro), 2012

Fughe senza centro (le luci che portiamo dentro), 2012. Veduta dell'esterno e dell'interno dell'installazione

Veduta dell'interno dell'installazione

Veduta dell'interno dell'installazione

In Atopie del Luogo, 2013, mostra allestita presso il Centro Espositivo per le Arti Contemporanee SMS di Pisa, il confronto con le testimonianze storiche riprende il dialogo tra presenza e assenza, interno e esterno. Con l’installazione luminosa La luce che resta, 2013, il campanile, luogo e simbolo della relazione tra cielo e terra, diviene il soggetto deputato per un confronto con il tempo e il suo pulsare, con la storia e l’identità. In esso la comunità riconosce un segno di permanenza rispetto allo scorrere delle ore, delle stagioni, della vita. Al suo interno, con la pazienza e la sapienza di un artigiano, Santarlasci modella una luce crepuscolare e “immobile”. La sua cromia ha il tono e l’intensità del cielo al tramonto, in quei determinati istanti in cui, come afferma l’artista, “l’attesa e l’incontro si aprono al divenire come un’eterocronia, in un contrappunto temporale”. Il cielo e la luce interna al campanile, per pochi minuti si accordano per poi separarsi, nell’oscurità della notte e nella luce del giorno seguente, in attesa di un nuovo incontro.

La luce che resta, 2013

La luce che resta, 2013 (le celle dell’ex convento e la torre campanaria di San Michele degli Scalzi)

Così, Santarlasci riesce ad accarezzare l’irraggiungibile, quel cielo che custodiamo dentro di noi e che abbiamo rimosso, portandolo dove i Luoghi sono reali, rispettandone la memoria e rafforzandone l’identità. Ci prende per mano suggerendoci un confronto con noi stessi e con l’altro. L’equilibrata tensione delle sue opere conduce in quella regione sospesa ove i sogni ovunque risplendono e ovunque sono assenti. E’ un’interrogazione sulla realtà e l’illusione e sulla loro inestricabile contaminazione che, come direbbe Leopardi, è fatta di “interminati spazi e sovrumani silenzi… ove per poco il cor non si spaura…”

Trittico sull'oscurità e sulla luce (paralleli di tempo), 2003

Trittico sull'oscurità e sulla luce (paralleli di tempo), 2003, tre stampe fotografiche lambda

Andrea Santarlasci, nato a Pisa nel 1964 dove vive e lavora, torna a esporre con un intervento site-specific dal titolo Sul limite di un’altra soglia, in occasione del Marble Weeks 2014 di Carrara che si tiene in questi giorni.

Qui il comunicato Sul limite di un’altra soglia di Andrea Santarlasci.

Sala ottagonale del Liceo Artistico Artemisia Gentileschi, Ex Convitto Vittorino Da Feltre – Via Verdi, Carrara.

Dal 27 giugno al 6 luglio tutti i giorni, orario: 18:00 – 24:00.
Dal 7 luglio al 17 agosto aperto il venerdì, sabato e domenica, orario: 18:00 – 24:00.

Ingresso libero.

Sulla mostra pisana puoi leggere nel blog: La cattura dell’Infinito

Il titolo di questo articolo è ispirato dal romanzo “Il testamento Disney” (Milano, 2013) di Paolo Zanotti

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