Era delle Cadute: un laboratorio necessario

di Simona Maria Frigerio

Roberto Bacci, responsabile della direzione artistica del Teatro Era di Pontedera, regista e direttore di Festival storici quali Santarcangelo e Volterra, si racconta, spiegando perché le Compagnie teatrali debbano uscire dal proprio orticello, mettendo in comune i saperi, in quanto: “nell’arte è fondamentale, per la crescita e la creazione, poter operare un furto”, e affronta il discorso artistico a 360°, dall’aspetto filosofico a quello pratico della nuova legge sui teatri Stabili: “Pensare di unire realtà diverse come Pisa, Pontedera e Cascina è pura follia, un’invenzione matematica come proporre di accorpare le aziende del gas, ma noi non distribuiamo gas”.

Lei ha affermato che Era delle Cadute è stato un progetto necessario. Ci spiega perché?

Roberto Bacci: «La necessità è qualcosa di cui, personalmente o come gruppo, non si può fare a meno. In questo caso, non si poteva fare a meno della compartecipazione, dello scambio. Per spiegarmi potrei citare alcune mie esperienze, come quella di direttore artistico del Festival di Santarcangelo, nel ‘78, intitolato La città dentro il teatro – quando ideai più una festa che un festival, ove dieci Compagnie, italiane e straniere, per una settimana, sotto la mia direzione e coordinamento, trasformarono, a partire da un tema, il paese che ci ospitava. La partecipazione, ricordo, fu enorme: otto-novemila spettatori invasero la città. E quell’evento fu un autentico laboratorio di senso e di speranze. Diversi anni dopo, dirigendo il Festival di Volterra, ricordo di averlo in certo modo replicato, proponendo uno spettacolo collettivo con cento attori, provenienti da esperienze diverse, itinerante per la città, sia al chiuso che all’aperto».

Perché è stata scelta la caduta come tema unificante delle diverse performance, andate in scena a Teatro Era il 13 e 14 giugno?
R. B.: «L’idea delle cadute è nata attraverso una serie di incontri preliminari tra i registi dopodiché un gruppo, formato da tre di loro, ha continuato a coordinare il progetto interrogando, durante l’anno, anche gli altri partecipanti così da svilupparlo collettivamente. In questo senso il progetto ha dimostrato le potenzialità che nascono dalla moltiplicazione, e non dalla semplice addizione, delle esperienze, evidenziandone però anche i limiti».

Cosa ha funzionato in questo esperimento e cosa avrebbe migliorato?
R. B.: «Dal punto di vista artistico, si sono ottenuti alcuni risultati positivi ma anche altri non totalmente tali. Nonostante ciò, la possibilità di incontrarsi e l’energia che ne è scaturita, unita al pensiero collettivo e alla disciplina indispensabile per collaborare lavorando insieme l’intera giornata, sono stati gli obiettivi che possiamo dire di aver raggiunto. Discutendo con i registi, è stata però evidenziata la necessità di una loro maggiore disponibilità verso l’altro: una difesa minore – tra virgolette – della propria identità».

La scelta dei nove gruppi teatrali si deve unicamente al percorso già intrapreso con Scendere da cavallo?
R. B.: «L’anno scorso, con Scendere da cavallo, ci si è dati una possibilità di agire in maniera diversa in un ambiente che si sfiora ma non si incontra; di vedere il lavoro degli altri non tanto a livello di spettacoli ma di mestiere artigianale: fatto questo rivoluzionario come possibilità politica, culturale ed economica all’interno dell’attuale sistema teatrale italiano».

Solo 5 giorni di prove per creare e montare uno spettacolo. Non sono troppo pochi?
R.B.: «Cinque giorni è un limite temporale evidente, però – come diceva Grotowski – a proposito del ritmo: o si fanno le cose in due giorni o ci vogliono anni per farle bene».

I registri variavano dal surreale al comico così come le performance hanno utilizzato ogni mezzo espressivo, dalla pantomima all’uso di trampoli o al monologo. Non è un’impresa quasi titanica mescolare tanti generi ed espressioni sceniche?
R. B.: «La commistione è evidente ma diventa necessaria se vuoi fare un’esperienza del genere ponendoti in maniera artigianale e non intellettuale o storico-artistica. Del resto, per me i risultati ottenuti non sono tanto quelli andati in scena, quanto lo scambio dei saperi, senza l’obbligo di creare un’opera completa dotata di possibilità di senso. L’obiettivo di questo esperimento – direi laboratoriale – sta nell’avere avuto il coraggio di mettersi in una condizione che, nell’arte, è fondamentale per la crescita e la creazione, ossia poter operare un “furto”. Partecipare a questo genere di laboratorio, perché Era delle Cadute per me è stato un laboratorio, non uno spettacolo, mette l’artista necessariamente nella condizione di essere soggetto e oggetto di furto».

Una scelta, la sua, culturalmente e politicamente rivoluzionaria, oggi più che mai.
R. B.: «Le grandi rivoluzioni storiche nel teatro non nascono al suo interno ma fuori di esso. Sono le rivoluzioni filosofiche e politiche che spostano la percezione di sé all’interno di un processo creativo e che costringono a osservare se stessi e a vedere la realtà diversamente, modificando il proprio modo di pensare il quotidiano e di creare».

Replicherà l’esperimento di Era delle Cadute?
R. B.: «Sì, il prossimo 2 agosto, durante la giornata conclusiva del Festival Collinarea. Abbiamo pensato a un possibile rilancio di questa esperienza, non necessariamente con le medesime Compagnie, ma con gli artisti che saranno presenti e che elaboreranno un percorso nel contesto di Lari».

Venendo all’attualità politica, cosa pensa della nuova legge sui teatri Stabili?
R. B.: «Lunedì andrò a Roma, al Ministero. Per quanto ci riguarda, dei tre livelli presenti, noi apparteniamo, a oggi, a quello che sarebbe il terzo livello, ossia il teatro di produzione e, sostanzialmente, abbiamo tutte le carte in regola per passare al secondo, ossia ai teatri di interesse culturale. Vi sono però due problemi. Il primo, è che Pontedera non è una metropoli e, quindi, esiste un limite oggettivo per quanto riguarda il bacino d’utenza rispetto al numero di repliche. Bisogna però dire che, potenzialmente, attraverso una serie di alleanze, potremmo gestire diversi luoghi moltiplicando le possibilità di ospitalità sia intorno a Pontedera sia a Firenze. Per fare ciò, ecco che nasce il secondo problema, costituito delle barriere tecniche che, per essere superate, implicano un impegno finanziario. Con le nostre attuali forze probabilmente non ce la possiamo fare, quindi il Ministero deve: primo, riconoscere la specificità del nostro teatro e, secondo, finanziare questa riforma. Pensare di unire realtà diverse come Pisa, Pontedera e Cascina è pura follia, un’invenzione matematica come proporre di accorpare le aziende del gas, ma noi non distribuiamo gas, ognuno di noi produce specificità culturali differenti. Tutti pensano che due più due faccia quattro, ma se facesse cinque non solamente i principi matematici ma l’intero universo cambierebbe di senso. In certo modo, quindi, due più due deve fare cinque, per se stessi, qualsiasi mestiere si faccia».

Foto: Ippolita Franciosi

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