Quando Cappuccetto Rosso incontra i Sacchi di Sabbia

di Claudio Facchinelli

“È del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir, vada alla striglia!” (Cavaliere Giovan Battista Marino). Forse l’epigrafe secentesca potrà apparire un po’ peregrina, ma non mi sembra del tutto gratuita, parlando della compagnia pisana dei Sacchi di Sabbia.

La versione di Piccoli suicidi in ottava rima – Vol. 1 e vol. 2 vista a Castrovillari, in occasione della quindicesima edizione della rassegna Primavera dei Teatri, con quel titolo criptico e serioso, obbligava il pubblico ad avventurarsi, fin dai primi minuti, nella logica anarchica, nell’arguta, corrosiva poetica (tipicamente toscana) del gruppo.
È probabile che i fedelissimi della rassegna ricordassero Sandokan o la fine dell’avventura, proposto con successo nell’edizione del 2008 e tuttora in repertorio, dove l’irresistibile comicità dello spettacolo derivava dall’incongruo contrasto fra il racconto di quelle improbabili avventure (diventate patrimonio nazionalpopolare di una generazione ancora incorrotta da cinema e televisione, scritte da un infelice poligrafo) e il contesto scenico: un tavolo da cucina ove si prepara da mangiare, e si affettano verdure, quasi una citazione delle dissertazioni teologiche fra i camerieri ne La via lattea, del grande Buñuel.
Nei Piccoli suicidi il primo motivo di spiazzamento deriva da una breve ma dotta introduzione sul Cantar maggio, sulle radici storiche e sulle sue complesse forme metriche e prosodiche di questa antica tradizione popolare, ancor viva e vitale in Toscana, e non soltanto. Espone questi concetti, col piglio un po’ saccente di certi ricercatori universitari, una giovane donna dall’aspetto severo (Giulia Solano), seduta di fronte a un microfono in fondo allo spazio scenico. Ma subito dopo ci annuncia che il tema della prima cantata – della quale apprenderemo, ancora in termini dottamente accademici, la forma metrica – non sarà il classico combattimento di Tancredi e Clorinda, ma l’ultimo, mortale duello fra lo sceriffo Pat Garret e il bandito Billy the Kid. Quindi, la medesima compita prefatrice si trasforma in abile rumorista, dando vita a una irresistibile partitura sonora (cavalli al galoppo, colpi d’arma da fuoco) col solo strumento orale, mentre i due contendenti si affrontano con pistole, carabine e pugnali che sono rozze sagome di legno. In proscenio un’attrice/vocalista (Giulia Gallo) scandisce in ottava rima questa epopea western, spennellando a vista le macchie di sangue sulle camicie dei duellanti, mentre costoro (Giovanni Guerrieri e Gabriele Carli, ma c’è anche un cavallo, Enzo Illiano) si crivellano di colpi, continuando a cantare, refrattari a morire come gli eroi di un melodramma. L’effetto di questo geniale, continuo mescolamento di registri espressivi è esilarante.
Seguono altri quadri, dopo veloci cambi a vista di quanto indossato dagli attori. Sarebbe improprio, infatti, definire “costumi”, quei simulacri di vestiario utilizzati in scena, come le corte mantelline rosse che, nel secondo quadro, Wolf, suggeriscono tre diversi Cappuccetto Rosso, cui uno sfigatissimo lupo non riesce a venire a capo. I rauchi borborigmi della bestia (altra idea spiazzante e godibilissima) sono prodotti, con una sincronia da consumato doppiatore, dalla voce contraffatta della rumorista di cui sopra. E, un poco alla volta, il pubblico si appropria della spericolata logica narrativa dei Sacchi di Sabbia.
Si scopre cos’è l’amore, gli scambi di confidenze nella comunità degli spermatozoi (un trasparente omaggio a Woody Allen); poi, con un salto a piè pari nella fantascienza, arriva L’invasione degli ultracorpi; infine, a mo’ di bis, il surreale, irriverente Cronosisma, ove un generale americano interviene sul Golgota, con un blitz da Teste di cuoio, distaccando dalla croce e liberando Gesù Cristo (abbandonando, però, i due ladroni al loro destino). E qui le carte sono, ancora una volta, scompaginate, e la storia è raccontata sfogliando le pagine di uno di quei vecchi libri animati che, aprendosi, sollevavano magiche scenografie di cartone, e raccontavano ai bambini della mia generazione la storia della Bella Addormentata o di Cenerentola.
Come annunciato da Giovanni Guerrrieri, leader del gruppo, sono già in lavorazione altri episodi da cantare in ottava rima, come Il pianeta delle scimmie erotomani, e non dubito che ci riserveranno nuove esilaranti acrobazie narrative.

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