Si torna alle radici. Di nuovo

di Sharon Tofanelli

A La Città del Teatro di Cascina, Mastro Zaches Teatro gioca al restauro del legno: Pinocchio recuperato.

Intuisci la prigionia, è questione di percepirne i dettagli.
Il primo è il silenzio. E su di esso le voci nitide, come le ombre cinesi stagliate nella luce. Magari è assurdo, ma la crudezza sonora ha un forte impatto. L’impressione è quella di una storia che si srotola impietosamente dinnanzi a noi, senza lasciarsi sottrarre la preda, neppure per un secondo infinitesimale. Devi ascoltare, fuga preclusa. Un rapporto straniante tra noi e lei, come una reciproca, irrefrenabile compenetrazione. Che sia colpa del luogo? Quaggiù, dove si materializza la linea demarcatoria tra piano reale e… cosa? Fantasia, magari? Subconscio? Roba che qua dovrà rimanere, in ogni caso. Roba rarefatta dalla cortina familiare che avvolge i sogni.
Sabato 10 maggio a La Città del Teatro di Cascina. In scena, Pinocchio di Zaches Teatro.
Sorgono non poche problematiche quando l’ggetto del nostro esame è uno spettacolo indirizzato ai più piccoli. I consueti parametri vengono a mancare, lo stesso occhio interiore combatte per recuperare una sorta di ignoranza primordiale. Analizziamo quest’opera senza pretendere di squarciare veli di Maya. Non ve ne sono. Saremo crudi, saremo spietati come Collodi stesso ci ha insegnato a essere. Diremo la verità: «Pinocchio, vedi di prendere esempio».
Leggiamo l’opuscolo, ci viene spiegato che l’intento della Compagnia è il recupero del testo originale, forza che “nel tempo si è perduta, quell’atmosfera un po’ polverosa e usurata, ma anche cruda e ironica“. Di certo, si è centrato il cuore del problema. La chiave di lettura è “usurata”, purtroppo. Spieghiamoci. Bella è la rappresentazione, uno spazio in cui pieni e vuoti si alternano bruscamente: dalla vetta all’abisso, poi a un’altra vetta, quindi a un altro abisso. Opposti incredibili, dall’ostruzione al nulla, dalla luce artificiale sino al buio. Un’opera sinestetica, più spietata con l’orecchio di quanto lo sia con l’occhio: si pensi alle grida, ai moti dell’animo che il tono grottesco dello spettacolo deforma ed esaspera fino al fastidio; si pensi all’Omino del carro, lui che parla cantando di lontano, come fanno le sirene dai picchi dei loro scogli mortiferi; si pensi, infine e soprattutto, al silenzio, di cui quest’opera non è avara. Neppure al copione si può imputare qualcosa: devozione assoluta al testo. Questo non è un recupero, ma un’autentica resurrezione.
Qui nascono i però. Domandiamoci: è veramente necessario l’ennesimo, reiterato ritorno alle radici? Senza sminuire la portata di un’opera letteraria che ha contribuito, a suo modo, ad assestare sul volto della nostra nazione quell’espressione austera e, al contempo, infame che da sempre la caratterizza agli occhi del mondo, domandiamoci se è necessario.
Ancora. Quando l’era del Mac e del Postmodernismo ci trascina per le maniche verso mitologie lontane e sognanti, verso il Buon Selvaggio che Rousseau decantava disteso all’ombra di qualche giardino, ecco, nell’epoca di Peter Pan e dell’Es freudiano, è davvero interessante riproporre il messaggio di Pinocchio, così come lo presentò Collodi nel lontano, rarefatto 1883? Abbiamo forse dimenticato l’avversione che l’autore stesso nutriva per un protagonista che cercò di condurre a una morte sublimante per almeno due volte (alludiamo alle prime stesure del testo conclusesi, la prima con l’impiccagione di Pinocchio, la seconda con la sua uccisone da parte del pescatore verde)? Non dubitiamo della bellezza di un testo come Pinocchio, tutt’altro. Ma per ogni cosa c’è un tempo predestinato. E non possiamo non domandarci se l’oggi, come lo conosciamo, è da sposare a un’opera tanto densa di didattica e disciplinamento dell’Io.
E ancora una cosa, una supplica. Ecco, l’opera è pronta, è plasmabile, pulsante. Una storia che, lo si voglia o meno, è parte immutabile dell’identità italiana. Aperta, se la osserviamo, alla contaminazione dei tempi. Una lastra su cui incidere interminabilmente parole nuove. Ed è difficile, per il pubblico attuale, non prediligere il Pinocchio instabile, il ribelle, lo svergognato, la scintilla nuda della vita in una società onesta, magari, nel secolo decimonono. Non adesso, purtroppo. Ebbene, signori, gli italiani sono cresciuti. Diamo anche a lui modo di crescere. Non farlo non è un errore, è puro massacro. Per l’asiatico: il gesto di poggiare la mano sul capo del bambino, intrappolandogli l’anima in un limbo d’alienazione. Abbiamo il messaggio, anche uno stupido riuscirebbe a comprenderlo. Ma la forma, ancora una volta, ci fa incespicare.
Concludendo: questo era Pinocchio. E non c’è veramente molto da dire. Pensato per un pubblico infantile, certo, e questo rende probabilmente inutile tanto le speculazioni spese qualche riga sopra, quanto l’intera recensione. Perché, è vero, l’opera è destinata ai bambini, ma lo stesso non si può dire del presente articolo. Dunque? Sono condannati, quello spettacolo e questo testo, a correre affiancati senza incontro possibile.
Ecco ciò che l’adulto ha visto: degli ottimi interpreti, una recitazione estrema, volutamente grottesca, una quarta parete più volte sfondata – lo stesso contesto palcoscenico/spalti ha giocato un ruolo capitale, simulando la realtà di un borgo ottocentesco: uomini, donne e bambini stretti al lume di un cero dinnanzi a un teatrino di marionette. Si è vista una realtà capovolta, non più attori umani che si fingono pupazzi, quanto pupazzi che vorrebbero improvvisarsi umani; si è vista una Bambina/Fatina dai capelli turchini dalla presenza scenica incantevole; una recitazione intensa e piena; e sì, ripetiamolo anche, una fedeltà viscerale al testo, tanto da riportare alla luce diverse perle narrative che le varie riproduzioni su palcoscenico hanno spesso gettato nel dimenticatoio. I bambini se ne sono innamorati, e questa è, probabilmente, la cosa più importante. Anche se quegli spalti sono insopportabilmente piccoli e scomodi, al di là di qualsivoglia poesia.
Perfezione. Troppa.

Lo spettacolo è andato in scena:
Città del Teatro
– Cascina
sabato 10 maggio, ore 19.00

Pinocchio – Storia di un burattino e della fata che gli cambiò la vita
liberamente ispirato a Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi
dedicato al Maestro Nikolaj Karpov
regia e drammaturgia Luana Gramegna
scene, luci, costumi e maschere Francesco Givone
disegno sonoro Stefano Ciardi
con Alice De Marchi, Gianluca Gabriele ed Enrica Zampetti
collaborazione alla drammaturgia Enrica Zampetti
consulenza drammaturgica Donatella Diamanti e Giorgio Testa
in co-produzione con Fondazione Sipario Toscana Onlus
con il sostegno della Regione Toscana, di Kilowatt Festival, Sansepolcro e de I Macelli di Certaldo
un ringraziamento speciale a Panajota Roupaka e Claudio Lorimer
una coproduzione Zaches Teatro – Fondazione Sipario Toscana onlus

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