Attore in cerca di autore – Scritture sulla scena

A cura di Simona M. Frigerio

A La Città del Teatro di Cascina è andato in scena Shylock: ultimo dei cinque spettacoli che hanno visto alcuni studenti dell’Università di Pisa cimentarsi nelle recensioni di Scritture sulla Scena. Queste le loro considerazioni.

Il Mercante di Venezia è una tra le icone del teatro elisabettiano, che ha ispirato autori e registi in numerosi adattamenti e riscritture. Shylock, in particolare - personaggio ambiguo e carismatico (tanto da essere identificato il più delle volte con l’opera stessa) – ha colpito, tra i molti, Gareth Armstrong, attore, regista e drammaturgo inglese che, nel 1998, ha portato in scena un monologo in cui esprimeva il suo punto di vista – una sorta di ‘incarnazione dell’esclusione’, attraverso un gioco metateatrale, una presa in prestito del personaggio, strappato dal Mercante shakespeariano per un desiderio/bisogno di riscattare chi si sente ed è emarginato. Curiosamente, però, le ragioni di Shylock sono affidate alle parole di un secondo personaggio, marginale nel Mercante, ossia Tubal, il suo migliore amico” così apre Martina Di Gregorio.

Specificano, prima Giulia Stella e, poi, Matilde Francesconi: “Tubal, interpretato da Mauro Parrinello nella versione italiana, ci spiega chi era veramente Shylock: un uomo solo, vedovo, senza amici, un padre abbandonato e pieno di rabbia verso tutto e tutti. Tubal ripercorre l’intera vicenda shakespeariana con grande ironia, per fare emergere l’uomo che si nasconde dietro al personaggio” (G. S.). “Nel corso dei secoli Shylock è stato, infatti, oggetto delle più disparate caratterizzazioni, dal comico al drammatico, fino a impersonare il malvagio per eccellenza. Eppure è difficile dargli un’accezione fissa, senza sfumature, e in questo monologo ecco emergere un personaggio nuovo – sofferente, solo, deriso” (M. F.).

Per quanto riguarda la scenografia, vanno segnalate le considerazioni di Laura Sestini ed Elena Bini. “Trentacinque scatoloni di cartone compongono una serie di architetture, sempre diverse, durante il one man show di Mauro Parrinello. Scatoloni che potremmo definire ‘stanze della memoria’: la memoria del popolo ebraico, errante a causa delle ben note vicende storiche, abituato a riporre i propri averi in una scatola o in una valigia di cartone, prima di essere esiliato” (L. S.). Se “quinte e fondale neri collocano la vicenda fuori dal tempo, sono le scatole – che Tubal smonta e rimonta in giochi architettonici ognora diversi – a sottolineare i momenti del racconto, specie quando la rappresentazione si concentra sulla trama del Mercante. Le scatole, però, esprimono anche concetti e categorie, e così vediamo rappresentate ‘le cose storte’ o ‘le buone notizie’. Le scatole contengono, infine, pezzi di storia e delle rappresentazioni iconografiche di Shylock nella storia del teatro” (E. B.).
Per approfondire meglio chi è Tubal, personaggio marginale del Mercante e protagonista dello Shylock di Armstrong, Valentina Lupi ci spiega quanto possano contare anche solo otto battute – quelle pronunciate da Tubal al raggiungimento del climax della commedia shakespeariana – nell’economia di un testo e di un’esistenza: “Quelle otto battute, apparentemente insignificanti rispetto all’opera, creeranno scompiglio nell’intera vicenda avendo la funzione di rivelare a Shylock una serie di notizie topiche. Ognuno di noi si può identificare con la figura di Tubal: quelle otto battute rappresentano le parole non dette – proprie di ognuno di noi; il rimpianto per non aver fatto abbastanza e le nostre occasioni perdute”.
E conclude, tornando sulle medesime considerazioni, Alessandra Benedetti: “Uno spettacolo-riscatto quello che ha proposto la giovane Francesca Montanino (traduttrice e ideatrice di Shylock con Mauro Parrinello). In scena, del resto, ci sono solo trentacinque scatoloni, scenografia e trucco quasi del tutto assenti, perché la vera forza di questo testo è altrove. Siamo tutti un po’ Tubal: volevamo fare tante cose, avevamo dei progetti, potevamo dire e fare di più di quanto abbiamo detto e fatto, ma il momento giusto non ci è stato dato, oppure era quel momento che – come spesso accade – si è perso per sempre: le cose sono andate diversamente e ci siamo ritrovati, nella vita, solo con otto battute; costretti, alla fine, a un’uscita di scena”.

Twitter del.icio.us Digg Facebook linked-in Yahoo Buzz StumbleUpon

Comments are closed.