Un impero dei sensi privo d’amore

A cura di Simona M. Frigerio

Come nel celebre capolavoro di Nagisa Oshima, cannibalismo e passione si uniscono in un apologo fatale. Ma Anna Cappelli – in scena a La Città del Teatro di Cascina e recensito per Scritture sulla scena – non è l’emblema dell’ossessione amorosa, bensì del sogno piccolo borghese di una donna, simbolo di un’intera società.

“A differenza del testo originale di Annibale Ruccello, Pierpaolo Sepe (regista di Anna Cappelli) sceglie di sgomberare la scena da qualsiasi oggetto, affidando all’attrice, in questo caso una tra le migliori del momento, la responsabilità di esprimere, attraverso i movimenti del corpo, la mimica facciale e, soprattutto, il tono della voce, tutte le peculiarità che compongono il mostro che abita il personaggio”, scrive Martina Di Gregorio, che continua: “È quindi la forza espressiva di Maria Paiato a donare alla pièce quell’aura di sacralità tale da rendere Anna incomparabile. La protagonista del dramma porta in sé la miseria degli anni 60, un’epoca in cui diventa prioritario l’avere sull’essere: Anna ha bisogno di avere tutto per sé, di essere protagonista unica della sua vita. Non a caso, sul piccolo palco del teatro di Cascina, è la scritta Anna Cappelli in caratteri cubitali, bianco su nero, a riempire la scena per l’intera durata dello spettacolo – quasi a evidenziarne le manie di grandezza. Ed è proprio all’interno di questo ossessivo desiderio di essere “grande” che si nasconde un’anima nera, provinciale, piena di insicurezze. Il diavolo-Anna veste bon ton: cappotto e abito semplice, anni 60, e camicia da notte bianca. Mentre la sua valigia acquista valore semantico, rimandando alla sua instabilità mentale, a una precarietà dovuta al suo essere fragile e incapace di adattarsi”.
Quest’ultimo punto è approfondito anche da Laura Sestini: “L’apparenza di donna provinciale e ingenua, con i suoi abitini casti, da perbenista, si dissolve con il dipanarsi della vicenda. La forza di Anna nasce dall’astio, dal rancore e dal desiderio di possesso che la avvolge – e poi travolge – perché è sempre nera la materia che Annibale Ruccello tratta nei suoi testi: la violenza, l’ossessione di personaggi che vivono una solitudine minacciata ma aggressiva”.
Giulia Stella si sofferma, a questo punto, sulla resa registica: “Grazie a Pierpaolo Sepe si assiste a uno spettacolo che ricorda il genere noir per atmosfere, musiche e luci”. Discorso che approfondisce Matilde Francesconi: “Il ritmo incalzante che la musica scandisce si sposa perfettamente con il mix di sensazioni suscitato dall’uso delle luci. Tutto suggerisce un’aria tetra, cupa, un doppio sempre presente, una dicotomia tragica tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere. L’attaccamento feroce che dimostra Anna per cose e persone è sottolineato dalla ripetizione ossessiva della parola “mio” – che riecheggia come un grido di rivendicazione e battaglia. …Non è, infatti, l’amore che muove la protagonista, bensì l’ossessione per la proprietà, per il controllo, anche se l’unico oggetto che Anna possiede di sicuro è la valigia che porta sempre con sé e il suo contenuto”.
Conclude Valentina Lupi puntando i riflettori sull’interprete: “Nell’ultima parte dello spettacolo Paiato non parla, si sente solo la sua voce preregistrata: non c’è più nulla da dire. La donna ormai è rimasta sola, a causa proprio della sua ossessione per il possesso. Non le resta che affondare il coltello nelle carni di colui che dice di amare. Lo divorerà piano piano: prima il cervello, poi il cuore – dove risiedere il sentimento – e con le ossa farà candele. Con l’ultima brucerà tutta la casa. Un grande monologo per una grande interprete di una grande storia”.

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