Sporchi, brutti e cattivi

di Luciano Uggè e Simona M. Frigerio

Al Teatro Verdi di Pisa va in scena La Tempesta – secondo Valerio Binasco. Tra luci e ombre, uno spettacolo godibile – che presenta, però, alcuni squilibri evidenti.

Shakespeare è un vecchio signore con una giacchetta mezza rattoppata perché a volte lo tirano di qua e altre di là: così ci piace immaginarlo. E lui, che ha spalle larghe e gambe salde, riesce a rimanere in piedi e a proseguire quel suo cammino iniziato in epoca elisabettiana e che lo conduce, ancora oggi, su ogni palco, in ogni dove.
Questa la premessa su una versione de La Tempesta che rifugge magniloquenti scenografie e rilegge l’ultima (più o meno) opera del Bardo come apocalisse di un’intera civiltà o, forse, solo di un piccolo Paese depresso, come l’Italia.
Su uno sfondo atemporale, con pochi oggetti altamente evocativi e una gestualità minimal – scelte che abbiamo apprezzato molto – ecco irrompere una serie di personaggi brutti, sporchi e cattivi (come nel film di Ettore Scola) che perdono di forza nella loro disomogeneità.
Su tutti campeggia un eccellente Ariel, vecchio signore forse affetto da Parkinson che aspira alla pensione in epoca di Riforma Fornero. Lontano dagli stereotipi da putto riccioluto alla Greenaway e leggiadra figura muliebre – come quella interpretata da Giulia Lazzarini nella versione strehleriana – lo spirito dell’aria incanutito e dolente è l’invenzione registica e attorale migliore dello spettacolo, un pezzetto di realtà che si intrufola nel sogno e attualizza il personaggio shakespeariano con intensità.
Accanto a lui, in questa isola Italia allo sfacelo, il re di Napoli e la sua corte, usciti forse dalle cronache di Scampia e dalle pagine di Gomorra, che sembrano puntare il dito su quegli intrallazzi nostrani che mescolano potere camorristico partenopeo con finanza e industria del Nord – e, in specifico, di quella Milano ormai tristemente alla ribalta perché al centro di continue indagini e lontana anni luce dall’ideale di “capitale morale d’Italia”.
Fin qui, l’unità e la corposità di una lettura registica azzeccata che la giacchetta di Shakespeare ben sopporta. Dall’altra parte, però, ecco comparire personaggi che non comprendiamo, creando dicotomie inconciliabili.
Fin dalle prime battute, al posto del personaggio risentito, machiavellico, fautore del destino di prosperità della figlia, vendicativo, colonialista (e, attualizzandolo, forse, di vecchio in preda all’Alzheimer) – tutte letture egualmente accettabili – Binasco sceglie di interpretare un Prospero decisamente troppo sopra le righe. Miranda con le treccine alla Abby Sciuto di NCIS e Ferdinando con la erre moscia da principe di Savoia non hanno né grazia né bellezza, parodie di sé e della gioventù – da vaudeville e non certo da teatro di denuncia. Stefano e Trinculo che scadono nel dialetto (accennato anche da altri, come Gonzalo) e nella risata grassa. E infine Calibano che potrebbe rimandare bene, oggi più che mai, all’indigeno espropriato dalla propria terra e dalle proprie risorse naturali, ma che è poco più di un Gollum – stile Il Signore degli anelli – che aspira al suo “tessoro”, perso per sempre.
Luci e ombre di uno spettacolo che, come sempre quando si parla di Shakespeare e de La Tempesta, in particolare, derivano forse dalla grandezza di un autore che ammette una tale pluralità di letture da farci perdere e lasciarci sgomenti.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi

Pisa
sabato 5 aprile, alle ore 21.00 e domenica 6 aprile, alle ore 17.00

La Tempesta
di William Shakespeare
regia Valerio Binasco
con Alberto Astorri, Valerio Binasco, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Simone Luglio, Gianmaria Martini, Deniz Ozdogan, Fulvio Pepe, Giampiero Rappa, Sergio Romano, Roberto Turchetta e Ivan Zerbinati
musica dal vivo Gianluca Viola
scene Carlo de Marino
costumi Sandra Cardini
musiche originali Arturo Annecchino
luci Fabio Bozzetta
coproduzione Oblomov Films, Teatro Metastasio Stabile della Toscana e Fondazione Teatro di Napoli

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