Quando l’oggetto è protagonista – Scritture sulla scena

Pubblichiamo il secondo pezzo di Scritture sulla scena. Martina Di Gregorio e Giulia Stella analizzano alcuni tra gli elementi portanti di L’Origine del mondo-Ritratto di un interno, spettacolo andato in scena a La Città del Teatro di Cascina lo scorso 21 febbraio.

Quante persone trascorrono la vita cercando di trovare un equilibrio interiore, lottando contro una costante solitudine, che sembra non abbandonarle mai, senza godersi i singoli momenti di gioia perché troppo estranei alla loro realtà? È questa la riflessione proposta nella trilogia (compatta) di Lucia Calamaro – drammaturga e regista affermata nel panorama contemporaneo – che propone in L’Origine del mondo-Ritratto di un interno un rovesciamento semantico alquanto interessante: è l’oggetto, infatti, a diventare elemento vivo. Il frigorifero pieno di cibo (e non solo) dal quale fuoriesce la luce che illumina il palco all’inizio dello spettacolo, una lavatrice con i panni che girano all’interno e tutti i rumori del lavaggio, l’acqua che scorre dal lavatoio: sono tutti elementi attivi perché gli oggetti rappresentano il reale – ciò che resta in una società costituita da pensieri effimeri, distratti, inutili. Essi danno senso e prevalgono sui lunghi monologhi interiori, e non, dei personaggi inappagati che cercano di trovare consolazione nel cibo, nella Bibbia, o persino nella psicoanalisi. Nel vuoto oggettivo, emerge la mancanza di comunicazione tra i personaggi in scena (M. Di G.).

L’Origine del mondo-Ritratto di un interno è suddiviso in tre episodi, scanditi da brevi intervalli: Donna melanconica al frigorifero, Certe domeniche in pigiama, Il silenzio dell’analista. Nel primo episodio l’elemento determinante in scena è il frigorifero, che costituisce l’unica fonte di luce sul palco. Davanti all’elettrodomestico, scrigno del cibo mangiato per noia, Daria – forse rassegnata all’apatia interiore – tra una marmellata, una salsina e una mozzarella cerca disperatamente un qualcosa (uno stimolo, un valore, una risposta) che dia senso alla sua esistenza. Nel secondo episodio l’oggetto protagonista è la lavatrice, che la protagonista non riesce a far funzionare – metafora forse della difficoltà di vivere e dell’impossibilità di reagire della stessa. Nell’ultimo episodio, infine, la scena si apre sullo studio di un analista, dove si svolge il dialogo tra quest’ultimo e Daria. Ancora una volta, però, l’attenzione del pubblico è diretta verso l’oggetto – un lavello – che sembra assurgere a unico mezzo per Daria di far ripartire la sua vita, ora che anche la figlia – come si comprende dall’interazione tra i personaggi – è andata a vivere altrove. Lucia Calamaro – con le sue tre ore di spettacolo – conduce lo spettatore all’interno di una mente alla ricerca disperata di un senso, nella quale si avverte il flebile desiderio di ricominciare (G. S.).

A cura di Simona M. Frigerio

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