“… plus de souvenirs que si j’avais mille ans”

di Sharon Tofanelli (Persinsala)

Grande successo per il Balletto dell’Opera Nazionale Slovacca, in apertura di Stagione al Verdi di Pisa, con una rappresentazione classica di Onegin.

Oro e oro e oro. Nel sipario e le pareti, nelle sedute. «L’oro è freddo», mormora la bionda bellezza nello spot di un’essenza che conosciamo bene. Il girocollo scivola sul pavimento, trillando proteste: quest’oro è apoteosi di ciò che è sublime, di ciò che volge incurantemente l’occhio dalle vicende umane. E ovunque è oro, in questo spettacolo. Un laro sprezzante, questo è. Che dà le spalle ai personaggi, abbandonandoli ai rispettivi dolori.
Sabato 4 gennaio, Teatro Verdi di Pisa. Mormorio di Čajkovskij tra le pieghe del sipario. Primo balletto della Stagione, un titolo nuovo per questo teatro.
Opera tradizionale tratta dal romanzo in versi di Puškin, Onegin ripropone il mito dell’amore nella società patinata dell’aristocrazia russa, anch’essa lambita dalla medesima febbre, lo spleen, il dandismo in parte cinico, in parte poetico, che investe, attraverso il secolo XIX° lo scintillio del continente europeo. Schiavo di un dandismo scaturito dalla disillusione, anche Eugenio Onegin, come i suoi fratelli più tardivi (Des Esseintes in primis, poi Dorian Gray, Andrea Sperelli e molti altri) giunge a confrontarsi con il demone dell’amore, dapprima come turbato spettatore, in seguito come vittima diretta.
L’amore: insieme disumano e contrario alla raffinatezza dell’esteta mondano, non dissimile da un saltimbanco adatto a irretire le masse. Ma questa volta, è anche danza. Stasera non avremo fiammeggianti sproloqui. Bensì bagliore di cristalli: il salone di palazzo Lenský inghiotte il sipario. Da recessi segreti Čajkovskij modula le sue note. E in questo tripudio di gonne e tacchi, Tatiana, prima ballerina, è preda dell’algido Onegin. Le scene si susseguono, è un ripetersi di oro e chiarore lunare. Un Čajkovskij da realtà cortese dove, soltanto fugacemente, quasi con timore, emerge dalle volute delle note quell’amabile inquietudine che ne caratterizza le composizioni. Siamo ancora nel 1879. Gli anni de Lo Schiaccianoci ammiccano da orizzonti lontani.
«Un tempo avrei amato, veramente», mormora Onegin dal suo vibrante ammutolire. «Quel tempo, amica mia, non è più a portata delle mie mani. Tutto terminerebbe inevitabilmente in reciproca noia, perciò non angustiatevi se questa lettera, ve la rendo».
I due si afferrano, e si fuggono reciprocamente. Resta la poesia di un piede strascicato sulla ribalta.
Altra festa, altra società. Basta, per Dio, dategli pace! Sedurrà Olga, l’ingenua Olga, questo fascinoso Onegin? Lui che si districa ridendo dalle brame di Tatiana. Che può fare Lenský, pazzo di gelosia? E dire che poco prima, sì, poco prima l’orlo aurato della gonna di Olga era sotto le sue labbra. Si fa cerchio attorno a Lenský, al braccio teso e fervido, il guanto proteso, accasciato, schiantato al suolo. Non raccoglierlo, Onegin. Per la tua anima.
E il sipario è squarciato sull’atto secondo. Questo è il tempo del sogno premonitore di Tatiana, suggestivo nel suo rosso rovente – sangue, cuore, magma che incide il cratere, non freddo come l’oro, no. Un demone è ora lo spietato Onegin, mentre il suo danzare si corrompe tra le ombre infernali. Terrore intessuto di ineluttabile sensualità, questo attorniare continuo, ghermire la vergine Tatiana, disputarsela tra i demoni e concederla a Onegin, finalmente. Dall’eros alla morte: Lenský, accorso in aiuto della giovane, è ucciso dal dandy satanico. Sveglia, Tatiana: il duello è imminente. Presto si vedrà se il tuo sonno è bugiardo.
Penultima scena: la nebbia, la neve. Danza Lenský sulla piana greve del suolo, l’alba è su di lui, mentre altri volti si scorgono nell’orizzonte offuscato. Lenský ricorda tra le braccia oniriche di Olga, la povera, ingenua Olga. Tatiana dalle vesti immacolate. Onegin, morente di lì a poco (la medesima, artificiosa morte che spetterà allo stesso Puškin, l’autore). Ma l’ora del duello è scoccata. «Perché non parlarne?», Onegin gli prende le mani: «C’è ancora una flebile possibilità di pace per entrambi». Inutile. Quest’uomo, veramente, si reca alla morte portandole fiori.
Cade, Lenský, al secondo colpo. Il cielo vespertino, secondo una tradizione simbolica sempre efficace – ma che sarebbe giunto il tempo di originalizzare – si imporpora di fatalità. Onegin è ormai assassino – di un delitto imposto. Morte, in sincerità, è la vita estirpata alla sua stessa radice? O piuttosto quella dalle membra amputate?
Un ballo, anni a seguire. E quali sono, domandiamoci, le membra della vita? Il Čajkovskij che lentamente, con pudore, cede il campo al silenzio? L’orlo nero e battagliero dell’abito da ballo? Il braccio candido che ne emerge, inspiegabilmente familiare? Forse Tatiana? Sì, lei, ormai sposata. «Vi amo, come potrei non amarvi più? Ma, vedete, ormai ho il dovere della fedeltà. Andatevene, dunque. È tardi, troppo». Povero Onegin, fu un trionfo per Amore depredarti. E la musica si affievolisce tra gli applausi.
Sabato 4 gennaio, Pisa. “Là sotto i giorni nubilosi e brevi / nasce una gente a cui ‘l morir non dole”. Petrarca.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi – Pisa
sabato 4 gennaio 2014

Il Balletto dell’Opera Nazionale Slovacca presenta:
Onegin
musiche Pëtr Il’ič Čajkovskij
coreografia Vasily Medvedev
libretto Valery Modestov
scenografia e costumi Peter Canecky

Personaggi e interpreti:

Tatiana: Silvia Najdená
Onegin: Andrej Szabo
Olga: Romina Kolodziej
Lenský: Orazio Di Bella
Gremin: Andrej Kremz
Alter ego Tatiana: Viola Mariner

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