Il servitore di due nazioni

di Mariacristina Bertacca (Persinsala)

Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli rileggono l’Arlecchino di Goldoni, attraverso il testo di Richard Bean, con uno spettacolo a metà tra Commedia dell’Arte italiana e stand-up comedy inglese

«Il teatro che oggi sopravvive è il teatro dei pochi per pochi. Il teatro che abbiamo intenzione di fare noi è un teatro che avvicini il pubblico al suo spirito più autentico, la vita. Vogliamo un teatro che consideri lo spettatore parte del processo creativo. In breve, il nostro vuole essere un teatro popolare interpretato da attori che hanno deciso di abbandonare le logiche delle produzioni tradizionali, per proporsi come compagnia allargata di repertorio: REP». Questo l’obiettivo dell’Associazione Culturale Danny Rose-REP (costituita da ben 40 attori), un obbiettivo che ricorda l’assunto di Giorgio Strehler e Paolo Grassi al momento della fondazione del Piccolo Teatro di Milano: “Teatro d’arte per tutti”. E dunque forse non è un caso che la nuova produzione della compagnia sia Servo per due (titolo originale: One Man Two Guvnors) del contemporaneo drammaturgo inglese Richard Bean, che nel 2011 ha compiuto una riscrittura dal Servitore di due padroni (1745) di Carlo Goldoni, testo che Strehler scelse per confezionare lo spettacolo di chiusura della prima stagione del Piccolo e che dal 1947 continua a girare tutt’oggi.

Il testo goldoniano ha come protagonista Truffaldino (alias Arlecchino), che si ritrova a essere servitore, allo stesso tempo, di due padroni: da una parte, Beatrice Rasponi, giunta a Venezia vestita da uomo (si spaccia infatti per il fratello Federigo, che è in realtà morto) in cerca del suo amante; dall’altra, Florindo Aretusi, l’amante di Beatrice nonché assassino di Federigo. Sullo sfondo si staglia un’ulteriore vicenda amorosa: quella di Clarice, figlia di Pantalone, promessa sposa di Federigo (che tutti sanno essere morto, ma che, all’improvviso, pare essere resuscitato) e Silvio. In seguito a una serie di fraintendimenti, l’intreccio si scioglie e finalmente le coppie possono riunirsi per il lieto fine. La drammaturgia di Richard Bean riprende gli intrecci amorosi goldoniani, ma sposta tutta la vicenda a Brighton nel 1963, dove Truffaldino è sostituito dal disoccupato Francis Henshall che, per sopravvivere, accetta di servire contemporaneamente il gangster Roscoe Crabbe (in realtà, anche in questo caso, si tratta della sorella Rachel travestita da uomo) e il criminale d’alto rango Stanley Stubbers (amante di Rachel). Anche la riscrittura inglese ha la sua seconda coppia di innamorati: Pauline Clench, promessa sposa di Roscoe, e Alan Dangle.

Il lavoro diretto da Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli prende avvio dalla pièce di Richard Bean, inserendo però elementi e situazioni tratti da Goldoni e compiendo alcune variazioni. Ci troviamo dunque a Rimini, nel 1936, e i personaggi attingono i propri nomi, in parte, dal testo goldoniano, in altra, da quello beaniano e, in altra ancora, sono originali: Truffaldino/Francis Henshall diventa Pippo Passalagamba, Beatrice Rasponi/Rachel Crabbe prende il nome di Rachele, il fratello morto Federigo Rasponi/Roscoe Crabbe si chiama Rocco, Florindo Aretusi/Stanley Stubbers si presenta come Ludovico – infine la seconda coppia di amanti è rappresentata da Clarice e Amerigo.

Lo spettacolo prende avvio, mentre gli spettatori ancora si dispongono in platea: sul palco sono già presenti alcuni musicisti, vestiti in stile anni 30, che suonano dal vivo una serie canzoni del periodo, tra le quali Maramao perché sei morto, Ho un sassolino nella scarpa, Se potessi avere 1000 lire al mese, Oh mamma io vorrei un fidanzato… Di tanto in tanto gli ottimi esecutori (molto spesso disposti di fronte al palco, a due passi dalla prima fila della platea) allietano il pubblico con stacchetti musicali, nei quali coinvolgono gli attori – che si cimentano in coreografie anni 30, in stile charleston o swing. Per quanto questi momenti musicali e danzati siano molto piacevoli e ben ideati, non si rivelano allo stesso livello le soluzioni recitative e registiche, in primis il variegato andamento linguistico e il mixage di inflessioni dialettali: poco comprensibile è infatti la scelta di usare e mischiare dialetti diversi tra loro (romagnolo, fiorentino, siciliano, genovese, veneto). Forse l’intento è quello di suscitare un facile effetto comico, nel momento in cui si lancia una battuta in dialetto, o forse è un modo di ammiccare alle maschere tradizionali presenti nel testo goldoniano (maschere di provenienze diverse: Colombina e Pantalone sono veneziani, Balanzone è bolognese, Arlecchino è bergamasco), anche se poi in realtà ci troviamo di fronte a dei gangster (il padre di Clarice, Ludovico e Livio, amico di Rachele), servi (Pippo e Zaira, la moderna ed emancipata Colombina), aspiranti attori (Amerigo) e camerieri (coinvolti spesso in gag che attingono a modalità e ritmi più vicini alla comicità televisiva). Poco comprensibile è altresì la scelta di presentare il servitore Pippo come se fosse estraneo al tempo e allo spazio in cui vive: il protagonista indossa infatti scarponcelli, un paio di calzettoni lunghi fino al ginocchio, un gilet, pantaloni e giacca color ruggine; il suo desiderio primario è il cibo (al punto da mangiare persino la carta da lettere); e per esprimersi si muove a scatti, assumendo posizioni fisse che rievocano vagamente l’Arlecchino della Commedia dell’Arte.

Il pubblico reagisce in modo entusiasta allo spettacolo, e apprezza la capacità di improvvisazione del bravo Pierfrancesco Favino, che di tanto in tanto interloquisce con gli spettatori in platea (intento presente sia nel testo di Goldoni sia in quello di Bean) con richieste dirette (alle quali non di rado il pubblico risponde): «C’è qualcuno che può darmi un aiuto a spostare il baule del mio padrone?», «Avete da mangiare?», e con un coinvolgimento fisico dello spettatore al quale si richiede anche di salire sul palco e di diventare dunque protagonista di gag inaspettate, ancora tutte da “scrivere”.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi

via Palestro, 40 – Pisa
sabato 14, ore 21.00 e domenica 15 dicembre, ore 17.00
Servo per due
di Richard Bean
liberamente tratto da Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
traduzione e adattamento Pierfrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen e Simonetta Solder
regia Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli
con Pierfrancesco Favino
e gli attori del Gruppo Danny Rose
elaborazioni musicali a cura dell’orchestra Musica da Ripostiglio
scene Luigi Ferrigno
costumi Alessandro Lai
luci Cesare Accetta

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