Diario di un’artista | La mitologia tra preda e cacciatore

di Cristina Gardumi

La cosa più difficile è fare ciò che si desidera davvero. Il compromesso è un cacciatore instancabile che prepara le sue trappole con sapienza. Accettare di diventare una sua preda significa perdere se stessi? O vuol dire che siamo finalmente maturi, adulti e pronti ad abbandonare il sogno? Probabile invece che la maturità sia un concetto sopravvalutato. Soprattutto considerando che le cosiddette società evolute hanno perso di vista persino il confine simbolico che separava infanzia e adultità, segnato rigorosamente dalla maggior parte delle tribù con riti complessi, che vengono dal mito. Noi come marchiamo il passaggio? Forse con un banale esame scolastico alla fine delle superiori, o con un esame per iniziare a guidare un mezzo pestilenziale che ci permette di spostarci veloci e da soli. Nel peggiore dei casi possiamo contare sul permesso ufficiale di creare il nostro profilo su Facebook, o su un assegno di papà che ci farà raggiungere finalmente una quarta di reggiseno.

A volte sento fortissima la mancanza di una mitologia a cui aggrapparmi, no, non di una religione, per quanto anch’essa possa essere fondata su un eroe che resuscita il terzo giorno e cavalcando una colomba vola in cielo. Parlo di un racconto epico da portare a modello alla mia vita nei momenti bui, pullulante di nascite misteriose, magiche metamorfosi, creature meravigliose che da un momento all’altro potrebbero apparirmi di fronte mentre cammino in Borgo Stretto. E non ci sarebbe da stupirsi, ma solo da toccare con mano e ringraziare di questa apparizione, una tra le rare, ma possibile, non condizionata dal grado della fede che porto. Quello che mi manca è il magico che si manifesta. Credo che sia questa mancanza del mito a spingere molti artisti a iniziare a creare, perché cos’è che li spinge se non il desiderio di trovare delle apparizioni a cui aggrapparsi? Sia pure costruite con pazienza, tecnica e sudore propri?

L’arte ci aiuta a riempire un vuoto, e siamo portati a seguire gli artisti che sentiamo più vicini alla nostra sensibilità perché creano le effigi che ci consolano di più, che risuonano in noi come una voce lontana, che ci parla (o ci canta) dentro di una cosa che sappiamo da sempre, ma che abbiamo dimenticato. Tutti prima o poi sentiamo un impulso creativo, che può prendere le forme più disparate: alcuni cucinano, altri disegnano mentre parlano al telefono in ufficio, alcuni tengono banco con delle storie al pub, altri ancora decidono di farsi un maglione coi ferri. Tutto ciò credo sia la risposta a questa nostalgia di una Grande Unico Mito. Non ci sono limiti a quello che possiamo fare per costruire la nostra mitologia personale. E questo trascende da ciò che abbiamo deciso di fare della nostra vita, della scelta di cedere o meno al grande Compromesso, cacciatore spietato. Basta solo prestare attenzione anche alle cose piccole, basta dare il giusto spazio al rischio e seguire per una volta la strada che passa attraverso il bosco, invece della tangenziale

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