All’Arsenale “La Jaula de oro” del regista spagnolo Diego Quemada-Diez

In prima visione assoluta per la Toscana, in programma dal 14 novembre all’Arsenale di Pisa, il film La Jaula de oro – La gabbia dorata, opera prima del regista spagnolo Diego Quemada-Diez, premiato al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard, e vincitore del Gryphon Award al Festival di Giffoni. Il film è incentrato sulle vicende di tre ragazzi del Guatemala, Juan, Sara e Samuel, desiderosi di raggiungere gli Stati Uniti alla ricerca di una possibilità, di una vita migliore e di mettersi alle spalle l’estrema povertà nella quale sono cresciuti.
Esce in Italia per merito di una piccola e coraggiosa casa di distribuzione, la Parthénos, di cui abbiamo sempre apprezzato le scelte (pensate ai film Come pietra paziente o La prima neve). Il film è accompagnato da critiche entusiastiche e moltitudini di stelle….

Vero come un documentario, emozionante come un romanzo di formazione, lirico e avventuroso come l’Odissea, epico come un film di John Ford. E intessuto di storie e esperienze reali che il regista (esordiente) ha raccolto facendo più e più volte il cammino dei suoi personaggi, tra Guatemala e la frontiera degli Usa. (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)

Ecco questo è il cinema che vorremmo vedere, il cinema del futuro, capace di riempire lo schermo con la potenza di immagini inusitate e non addomesticate, attraverso una storia che commuove e trasforma le nostre coscienze. (Dario Zonta, l’Unità)

Film di cammino e scoperta – realizzato coinvolgendo reali masse di migranti nelle scene a bordo dei treni merci – La gabbia dorata (definizione con cui vengono identificati gli Stati Uniti, luogo che si tenta di raggiungere con il sogno del guadagno e che, da clandestino, non ti consente più di uscirne, ammesso che qualche cecchino ben appostato non ti abbia seccato appena messo piede al di qua del confine…) non è semplicemente un inno all’abbattimento delle frontiere, né un classico romanzo di formazione. Alla base di tutto, certo, c’è l’affermazione di un principio – quello che antepone l’essere umano al migrante e, in quanto essere umano, mai “clandestino” in nessun luogo del mondo – ma Quemada-Diez insiste anche sull’importanza delle origini, da non svilire mai neanche di fronte al miraggio di un luogo che possa regalare una vita migliore. (Valerio Sammarco, il Cinematografo)

(…) Ma La gabbia dorata è un’altra cosa a mio giudizio: opera del regista spagnolo migrante in Messico (e poi stazionario in quel paese da quasi vent’anni) Diego Quemada-Diez è una storia, anzi una mini-epopea appassionante di quattro ragazzi (poi tre) migranti sui tetti dei treni merci dal Guatemala – passando attraverso il Messico – verso gli Usa impenetrabili. Un vero miracolo che non vi farà percepire lo scorrere del tempo: crediamo (e speriamo) che non guarderete l’orologio. Anche se questo non per forza è negativo: ci sono bellissimi film che hanno bisogno di sedimentarsi. E La gabbia dorata in chi scrive si è sedimentato in maniera via via sempre più forte. Mi auguro lo stesso per voi. (Francesco Boille, Internazionale)

Molto notevole davvero il film di Diego Quemada-Diez. Spagnolo trasferitosi negli Stati Uniti, forte di esperienze – alla fotografia – con Loach per Terra e libertà, con González Iñarritu per 21 grammi, con Fernando Meireles per The Constant Gardener. Qui al primo film. Ci pare di precipitare nel passato remoto oppure in una di quelle fantasie su un futuro miserabile e repellente che vanno tanto di moda. Invece siamo nell’ordinaria amministrazione del sogno di riscatto che tanti giovani provenienti dalla miseria di Guatemala e Honduras, Nicaragua e Salvador coltivano salendo clandestinamente su un treno merci che, dopo aver attraversato tutto il Messico, li conduca all’impenetrabile frontiera Usa, da varcare con ogni mezzo. (Paolo D’Agostini, La Repubblica)

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