Polaroid molto esplicite | La lente di Persinsala su Andy Warhol

di Luciano Uggè e Simona M. Frigerio

Debutta, a Palazzo Blu di Pisa, il 12 ottobre – e prosegue fino al 2 febbraio – la mostra Andy Warhol. Una storia americana. Il ritratto di un artista controverso che ha segnato la seconda metà del Novecento, e dell’universo underground e patinato che lo ha visto protagonista.

 

Permetteteci, per una volta, di raccontare una mostra partendo non dalle immagini, bensì dalle parole di un artista, quale Warhol, che ha fatto della battuta pungente una cifra stilistica del suo universo, oltre che di se stesso.

Pur mancando l’ormai celeberrima – ma forse inflazionata: “Nel futuro, ciascuno avrà i suoi 15 minuti di fama” (“In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes”), i curatori della godibile mostra a Palazzo Blu partono dalle freddure spiazzanti di Warhol per invitare il pubblico, sala dopo sala, a contemplare con occhi diversi le sue opere.

Quale frase migliore per descrivere l’ideologia dell’American way of life – espressa iconicamente nel Dollar Sign (1981) o nella serie di serigrafie su carta delle Campbell’s Soup I (1968) – de: “L’idea di America è così formidabile, perché più una cosa è uguale a un’altra e più è americana”? O ancora, “Mi spaventa il fatto che osservando una cosa abbastanza a lungo questa perda tutto il suo significato” è trasposizione precisa, a parole – con un cambiamento di segno che non cambia il significato del messaggio – della serie di dieci serigrafie Electric Chair (1971).

Andy Warhol, Dollar Sign, 1981 Collection Museum of Modern and Contemporary Art, Nice © 2013 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York, by SIAE

Qui però emerge anche un altro lato di Warhol. Perché cifra stilistica e caratteriale di Andy – quasi un bisogno – è la capacità di affermare e contraddire se stesso in ogni sua opera: la serialità, infatti, non aumenta il senso di disagio, bensì lo allevia (la moltiplicazione della stessa immagine non genera un nuovo modo di guardare a essa, quanto una sorta di assuefazione che, stranamente, ammalia). La sedia elettrica, moltiplicata all’infinito, affascina quale oggetto in sé e quale dispensatore di morte. A riprova, basta osservare Knives (1981): lame ambigue nella loro semplicità quotidiana di coltelli da cucina, che potrebbero rimandare ad altro – e, non a caso, sulla copertina di Gomorra (il libro di Roberto Saviano) campeggiano rosa su fondo nero.

Persino nel ritratto di MM (in mostra, Marilyn Monroe, serie di dieci serigrafie, 1967), l’oggetto del desiderio degli States anni 50, traspare – attraverso la posa languida delle palpebre semi abbassate e delle labbra vellutate leggermente aperte – un senso di morte che rimanda più a Skull (1976, anch’esso in mostra) che non alla spumeggiante protagonista di Quando la moglie è in vacanza. Del resto Marilyn era già morta e nessuno l’avrebbe più sentita intonare Happy birthday Mr. President.

Andy Warhol, Liz Taylor, 1964 The Sonnabend Collection © 2013 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York, by SIAE

Il gioco di contrapporre scritte e opere, la parola al gesto artistico, potrebbe continuare a lungo. Ma lasciamo allo spettatore la possibilità di goderselo appieno. Perché questa è una mostra, in qualche modo, potenzialmente godibile a ogni età, con o senza preparazione artistica, sia perché la Pop Art sembra scaturire da un universo di allegria e positività contagioso (ben ricreato anche grazie a un allestimento multicolore, e presente, soprattutto, nella prima parte dedicata ai Flowers, 1964), sia perché esposizione stratificata dove ognuno può leggere le opere a seconda dei propri vissuto e conoscenze: ci sarà chi si divertirà a rivedere le vecchie scatole di cartone del detersivo di quando era bambino, e chi si accorgerà che le Brillo Boxes (1964-68) sono oggetti in legno costruiti con cura artigianale.

Due chicche da non perdersi: la scalinata che porta dal piano terra al primo piano è l’espressione più lampante di quanto fin qui affermato: le parole “…Probabilmente Time e Newsweek le riprenderanno e la mia reputazione sarà rovinata di nuovo” si specchiano nelle foto di Andy, truccato da Drag Queen, in posa per l’amico/complice Christopher Makos. Seconda chicca: “Le masse vogliono apparire anticonformiste: ciò significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse” trova la sua espressione visiva nella serie di serigrafie Mick Jagger (1975) – icona pop per eccellenza, tanto anticonformista quanto addicted to glamour.

Se manca un passaggio è forse quello della proficua collaborazione di Warhol con Jean Michel Basquiat. Peccato: sarebbe stato un ulteriore tassello per comprendere meglio un artista sfaccettato e continuamente in grado di smentirsi felicemente. Un artista al quale si potrebbe dedicare un’intera altra mostra.

 

La mostra continua: Andy Warhol. Una storia americana
a cura di Walter Guadagnini e Claudia Zevi
BLU Palazzo d’arte e cultura
Lungarno Gambacorti, 9 – Pisa
fino a domenica 2 febbraio 2014

orari: da lunedì a venerdì, ore 10.00-19.00; sabato e domenica, ore 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)

 

Catalogo:

Andy Warhol. Una storia americana
a cura di Claudia Beltramo Ceppi Zevi
saggi di Walter Guadagnini, Marco Fagioli, Maurizio Fagiolo dell’Arco, Ronald Feldman e Francesco Zucconi
editore Giunti Arte mostre musei
formato 24,5×26 cm
pagine 256
brossura con bandelle
Euro 32,00


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