Pisa Nascosta | Le palle di Stampace

di Alessandro Bargagna (per City Grand Tour)

 

Pisa è senza dubbio una delle città più conosciute al mondo, soprattutto grazie ai suoi gioielli artistici senza eguali. Come ogni città però nasconde agli occhi dei più un incredibile tesoro, dall’altissimo valore storico. Angoli e vicoletti, porte e verande, artigiani e bottegai, un tutt’uno di elementi che nel tempo hanno contribuito ad arricchire questo eclettico spazio urbano rendendolo un piatto gustoso per i nostri cinque sensi.
Ed è proprio di uno di questi angoli che vorrei parlare, un sinistro scorcio cittadino denso di storia pisana. Partendo dal famosissimo murale di Keith Haring, si prosegue in direzione della vecchia stazione del Trammino, una curiosa costruzione in stile neomedievale adiacente alle mura cittadine. La zona è sempre affollatissima, di giorno e di notte, poiché punto di arrivo e di partenza delle migliaia di pendolari che animano la città quotidianamente.

Imboccate via Nino Bixio. Le mura si presentano imponenti, con il loro spessore di due metri e la loro altezza, in parte interrata, di undici metri. Furono costruite a partire dall’anno 1154 sotto il volere del console Cocco Griffi. Il coloratissimo verrucano crea geometrie decorative che interrompono con i toni del rosa ferreo e del giallo paglierino la monotonia del grigio pietra. Ci volle più di un secolo per terminare il lungo perimetro di sette chilometri che un tempo cingeva la città, proteggendola dagli attacchi dei nemici.

Proseguendo in direzione del mare incontriamo una brusca interruzione delle mura, dovuta ai lavori di ampliamento della linea ferroviaria in epoca prebellica. È proprio qui che il nostro sguardo deve diventare più curioso e preciso. Sul versante meridionale esterno, incastonate proprio nelle mura, a circa venti, trenta centimetri da terra, si scorgono strane figure rotondeggianti in pietra serena. Ad un primo sguardo possono sembrare semplici decorazioni, ma guardandole allineate fin quasi a toccare il Bastione Stampace, queste sfere mozze rievocano strani fantasmi nella memoria storica.

Dopo il 1406 al città di Pisa andò incontro ad un tetro periodo di abbandono e molte famiglie si spostarono verso città amiche, quali Palermo o Napoli. I fiorentini avevano distrutto ogni simbolo cittadino e costretto gli abitanti ad un periodo di fame e carestia. Nei successivi novant’anni i pochi rimasti cercarono più e più volte di risollevare l’animo repubblicano, ma senza esiti. Finché, grazie alla discesa in Italia del Re di Francia Carlo VIII e i disordini nella città di Firenze, i cittadini riuscirono ad ottenere una garanzia d’intervento da parte del sovrano e a liberarsi dal giogo fiorentino. Cominciò così la guerra di popolo, narrata da tutti i più grandi cronisti italiani del secolo. Fu così definita perché uomini e donne di ogni età vi parteciparono, perfino i bambini si unirono ai loro genitori pur di difendere la seconda repubblica pisana. Gli attacchi fiorentini cominciarono non appena il sovrano francese, dopo aver liberato Pisa, cambiò ambiguamente idea.

Una guerra che coinvolse non solo le due città toscane, ma l’intero regno di Napoli e lo stato della Chiesa, in un momento di completa instabilità politica a livello europeo. Purtroppo l’accordo tra Luigi XII, successore al trono francese, e Firenze non giovò alla repubblica marinara e dopo anni di assedi, e quindi carestia, cedette. A dire il vero furono i cittadini stessi a volerla, ormai stremati dopo 15 anni di lotte.

Ma torniamo alle palle di cannone. Il 1 agosto 1499 Paolo Vitelli, a capo delle truppe fiorentine, riuscì a far breccia nelle mura e a conquistare il Bastione Stampace dopo 10 giorni d’assedio. Tale breccia è ancora visibile come un grande squarcio di mattoni poco prima dell’ingresso nel bastione suddetto, una specie di tamponamento rapido che i pisani di popolo ricostruirono dopo l’attacco.

L’assedio costò comunque la vita a molti soldati fiorentini, già messi a dura prova dall’attraversamento del terreno paludoso e infestato dalla malaria. Una volta entrati crearono un campo d’armi, sicuri di poter proseguire, ma ignoravano che proprio i cittadini, donne e anziani compresi, avevano scavato per mesi e mesi per costruire un ulteriore terrapieno nei pressi della piana di San Paolo a Ripa d’Arno. Nel frattempo dal contado lucchese erano giunti in città quegli aiuti che i pisani aspettavano da mesi, così che la decimata spedizione fiorentina, anziché entrare vittoriosa fu subito presa d’assalto dalla difesa cittadina.
La malaria, i soldati pisani e l’unione tra il popolo di Pisa e quello di Lucca riuscì in meno di un mese a mettere in fuga Paolo Vitelli e i suoi “non più” 15.000 soldati, che abbandonarono parte dell’artiglieria nel bastione.

Ripulito il campo, i pisani raccolsero le palle di cannone in pietra e durante la ricostruzione della breccia aperta, in segno di scherno nei confronti degli invasori, le incastonarono nella muraglia. Provate a sostare qualche minuto, alla ricerca di quelle imponenti munizioni, delle dimensioni di una palla da bowling: forse, con la mente riuscirete ad entrare nei pensieri dei pisani del tempo, durante la ricostruzione, fino a cogliere quel messaggio che con questo gesto vollero inviare: “Cari fiorentini, grazie della visita, le vostre armi sono state molto utili per decorare le nostre mura. Vi ricontatteremo per ulteriori abbellimenti”.

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