Diario di un batterista anonimo | Cibo per sciacalli n°2

di Matteo Consani

Si può vivere senza ansia di questi tempi? Voi lo sapete? Io si. Almeno penso di essermi fatto un’idea a riguardo. Ma purtroppo credo che per la maggioranza dei viventi di questo mondo occidentalizzato, sia veramente improbabile e difficile non conviverci. L’ansia, in tanti gli corrono dietro, ad alcuni corre dietro lei aspettando che il mal capitato si volti e si accorga di avercela alle costole, ed è proprio vero che con questi ritmi, è difficile starsene tranquilli ascoltando il ritmo e il tempo che ognuno ha dentro di sé e che dovrebbe essere il ritmo fisiologico al quale ognuno di noi dovrebbe andare. Penso che tutte le mattine bisognerebbe ascoltare il proprio ritmo, settarci sul tum-tum della nostra grancassa e abbandonare ciò che di ansioso può dirci il timpano. Ma capisco che a parole siamo tutti bravi e quindi vi parlerò di ritmo e di tempi. Ultimamente mi sono reso conto di una cosa, che ho una particolare difficoltà a rimanere quieto nel suonare quando ho i minuti contati.

Ad esempio, qualche giorno fa sono andato a suonare agli studi di Radio2, a Roma, ed è stato più lungo il tempo del viaggio che quello del programma. Appena arrivati in radio ci hanno detto di suonare due pezzi in 5’07’’.
In questo contesto quindi devi  metterti a sedere, salutare, suonare e ri-arrangiare i pezzi sul momento e improvvisare; perché  poi spesso succede che al terzo minuto ti viene richiesto un altro pezzo ma è SEVREAMENTE vietato sforare. E che Kazoo! (notate la simpatica leggerezza di eludere la parola cazzo che sorge spontanea da queste situazioni limite, con uno strumento musicale).
A volte il ritmo si accelera quando stai suonando il tuo concerto beato e divertito e arriva l’organizzatore con il perentorio “questo è l’ultimo” e quindi invece di continuare con la scaletta, ti scatta il pensiero assillante “Oddio devo finire presto, devo chiudere, ora basta”: è in quel momento che mi ghiaccio e dentro di me nasce una micro rivolta di sensazioni che trasformano una ballad in un pezzo punk hardcore per la gioia della tempistica, e vedo l’ansia dietro l’angolo che mi guarda e vorrebbe salirmi addosso,  ma non c’è niente da fare, con l’ansia si lavora male e per fortuna che queste situazioni si risolvono in pochi minuti e riesco a settarmi di nuovo sul mio ritmo.

Per concludere queste righe vorrei portare un esempio di beatitudine sonora nel quale sono incappato ultimamente, ho avuto la fortuna di suonare al TRA (Teatro Rossi Aperto) che si trova, per chi non lo sapesse, in P.zza Carrara a Pisa. Con i Gatti Mézzi, abbiamo suonato in questo luogo magico di inestimabile bellezza e valore con il destino crudele di una morte lenta di degrado e abbandono. Ad ossigenarla, un manipolo meraviglioso di persone, che quotidianamente la tengono in vita abusivamente (visto che non gli è concesso altro) con un’autentica passione degna di quel teatro. Vi consiglio di andarci, per davvero e alla svelta se non ci siete ancora stati, e se ci siete già stati RI-STATECI, perché se ne trovano pochi di luoghi che donano pace come quello.

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