Ritratto d’Autore | Armando Punzo

di Simona M. Frigerio (di Persinsala

Inauguriamo la collaborazione tra teatro.persinsala.it e il nostro sito con il ritratto di un artista geniale, poliedrico, trasgressivo, amabile: Armando Punzo, autore, regista e interprete, Deus ex machina della Compagnia della Fortezza. Da 25 anni la sua volontà anima le mura del carcere di Volterra con le parole di Shakespeare, Genet, Weiss, Carroll, in un turbinio artistico che coinvolge spettatori e interpreti.

Lo incontriamo in un momento di pausa, con le valigie in mano (a ottobre debutterà al Teatro Menotti di Milano) e con un sorriso per il felice ritorno (a breve) al Verdi di Pisa: «dove portai il Marat-Sade, proprio vent’anni fa».

La prima domanda è d’obbligo: 25 anni con la Compagnia della Fortezza, festeggiati nel 2013 con un nuovo spettacolo e un libro. Come nacque l’idea?
Armando Punzo: «Gli inizi sono sempre delle scommesse. Tutto è nato da un’intuizione: non volevo lavorare con attori professionisti, nelle normali produzioni. Dirò di più, l’idea di “produrre” il teatro non mi corrispondeva. D’altro canto, il rifiuto di lavorare con i professionisti non significa la mancanza di professionalità in ciò che si crea. Dal primo giorno ho vissuto il carcere come un luogo dove fare teatro. Non sono mai stato mosso da intenti caritatevoli, non desideravo salvare nessuno. Ero all’inizio di una carriera e, al massimo, avrei dovuto salvare me stesso. Questo è ciò che ho spiegato ai detenuti e a loro l’idea è piaciuta: non ero lì per loro, non facevo l’assistente sociale – figura stimabile, ma non il mio ruolo – e questo ha permesso a noi tutti di confrontarci, come esseri umani, e di far nascere e crescere l’idea di una Compagnia di teatro, annullando quella del carcere».

La richiesta – alla presentazione del libro È ai vinti che va il suo amore - era chiara: trasformare questa esperienza in uno Stabile. È ancora possibile parlare di teatro Stabile in Italia e cosa comporterebbe questa scelta a livello artistico ed economico?
A. P.: «Purtroppo, molti Stabili in Italia evocano l’idea di morte del teatro, l’esatto opposto di ciò che è e fa la Compagnia della Fortezza. Questa proposta, all’inizio, era forse una provocazione ma oggi è semplicemente la richiesta di riconoscere ciò che già siamo: la nostra Compagnia svolge effettivamente le funzioni di uno Stabile – facciamo formazione, lavoriamo col territorio, organizziamo un Festival. Però, come Stabile, potremmo avere qualche finanziamento in più e coloro che fanno parte della Compagnia potrebbero formarsi meglio nei mestieri del teatro».

Tanti i plausi: per lei, la Compagnia e il Festival di Volterra. Tanti però anche i detrattori. Cosa risponde a chi pensa che sia ingiusto dare un’altra possibilità a un detenuto, soprattutto se condannato per reati contro la persona?
A. P.: «Credo esista un’utopia negativa propria di chi pensa che l’eliminazione delle persone dal contesto sociale – la loro reclusione – possa mettere noi tutti al riparo da ciò che è l’uomo, con tutte le sue contraddizioni. Se fosse vero che con l’isolamento dei casi “devianti” si risolve il problema, avremmo trovato la soluzione da secoli. Le utopie negative sono frutto di paura – anche comprensibile – nei confronti della diversità, dell’altro, persino di se stessi in quanto, come esseri umani, potremmo arrivare a compiere le medesime azioni. Nella pratica, però, ci si è resi conto che l’isolamento crea mostri. Non è una questione di bontà, bensì una questione pratica. La Fortezza di Volterra era uno tra i peggiori istituti penali italiani, oggi è un carcere pilota per le attività trattamentali. Il teatro è entrato in carcere e ha scompaginato le carte: nessuno è stato più quello di prima. Ciò che mi interessa, fondamentalmente, è l’uomo – non il detenuto in quanto tale. E quanto l’arte e la cultura, realmente vissute e praticate, possono cambiare la vita delle persone».

Come si svolge praticamente il suo lavoro in carcere e quali sono i problemi peculiari che deve affrontare come autore e regista?
A. P.: «I non addetti ai lavori non si rendono conto di quanto sia faticoso lavorare nel mondo dell’arte e in quello teatrale. Detto questo, si deve tener conto che, alle normali difficoltà del fare teatro, si aggiungono quelle di operare in un luogo complesso di per sé. Abbiamo a che fare, quotidianamente, con persone che hanno provocato dolore e che vivono nel dolore e questa è un’esperienza che richiede tanto a livello di energie personali. Quando parliamo di teatro Stabile, di corsi di formazione, chiediamo strumenti che servirebbero ad alleviare appena le condizioni difficili nelle quali operiamo».

Ha mai subito delle pressioni per non mettere in scena un testo o per dare un’impronta diversa a uno spettacolo considerato, magari, troppo trasgressivo?
A. P.: «Mi rendo conto che esistono altri operatori, che lavorano negli istituti di pena, perfettamente allineati al punto di vista dell’istituzione – che è quello dell’utilizzo dell’arte per fini altri. Nella vita comune, l’arte è intrattenimento, oppure è vista in funzione di qualcos’altro. Non è mai strumento di crescita dell’essere umano. E in carcere vale lo stesso discorso. Al contrario, per me l’arte è un confronto tra uomini, un ragionare sui linguaggi espressivi. Non avrei mai accettato censure o “gentili” consigli. So di avere una sorta di nomea, di essere “scomodo”, quasi facessi qualcosa di non acquietante, ma per me il teatro non è divertimento. Non sono buonista».

Il Festival di Volterra coinvolge da vicino un’intera cittadinanza – basti pensare al successo di Mercuzio non vuole morire che, nel 2012, è stato un evento che ha popolato le strade con migliaia di persone provenienti da tutta Italia. Radicamento territoriale e coinvolgimento nazionale: come si ottiene un simile risultato?
A. P.: «Lo spettacolo è stato inteso, da molti, come una rappresentazione simbolica di quest’esperienza – della Compagnia della Fortezza – che non vuole morire. Altri vi hanno trovato qualcosa che apparteneva loro personalmente, tanto è vero che lo hanno tradotto in Mercuzio non deve morire. Vi è stata quindi un’adesione del pubblico a un’immagine e a una problematica più grandi di noi. Praticamente, ho incontrato per mesi, ogni giorno, tutti i giorni, persone, scolaresche, alle quali spiegavo il senso del progetto. Abbiamo organizzato laboratori in altre città. E questo impegno non è stato differente da quello che porto avanti, ogni giorno, in carcere, a dimostrazione che fuori o dentro il lavoro è sempre lo stesso: confronto, discussione, collaborazione».

Lei riesce a trasformare performance pensate per il carcere o per spazi altri (come l’Hangar Bicocca di Milano), in spettacoli più “propriamente” teatrali. Come avviene il passaggio che, ad esempio, con Mercuzio non vuole morire è riuscito felicemente e che sarà riproposto il 5 e 6 ottobre a Milano, al Tieffe Menotti?
A. P.: «Nel caso di questo spettacolo, la trasformazione era prevista fin dall’inizio. Abbiamo lavorato sul testo, il primo anno, all’interno del carcere, presentandolo poi come studio e annunciando pubblicamente – per impedirmi di tornare indietro sui miei passi – che l’anno successivo avrei lavorato con migliaia di persone, all’esterno del penitenziario. Il terzo passaggio, la realizzazione di uno spettacolo per un teatro all’italiana è, quindi, la fusione del lavoro teatrale fatto all’interno della Fortezza, del 2011, e dell’evento pubblico svoltosi per le strade di Volterra, nel 2012. In pratica, abbiamo lavorato alla realizzazione di questo spettacolo in modo delirante. Le scenografie si trovavano nel nostro piccolo teatro – all’esterno del carcere – dove non possono recarsi i detenuti. Ho fatto quindi le prove della messinscena e dei movimenti degli attori con persone di Volterra che a teatro, la sera, mi aiutavano alla sua realizzazione. Io li filmavo e portavo il materiale girato in carcere. I detenuti guardavano i video e provavano i movimenti, dopodiché, con i due soli pannelli presenti in carcere, facevano un po’ di allenamento e imparavano a sollevarli e spostarli. Così abbiamo montato l’ultima versione di Mercuzio non vuole morire».

Presto sarete ospiti del Verdi di Pisa, una tra le maggiori istituzioni della città. Quale pensa sarà la risposta del pubblico?
A. P.: «Siamo spesso ospiti di teatri all’italiana con un pubblico di abbonati e le risposte sono sempre positive. La prima volta che uscimmo dal carcere di Volterra fu al Verdi di Pisa, dove portammo il Marat-Sade, proprio vent’anni fa. Sarà davvero un bel ritorno».

teatro.persinsala.it

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